domenica 20 giugno 2010

Haiti il terremoto americano. Quello che non sentite dire su Haiti (e invece dovreste conoscere)


Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un’interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera.

Case “costruite una sull’altra”, edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una
città fragile. Ed i molti anni di sottosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro.

Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in
maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite.

Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l’amplificazione dell’impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana.

Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l’ombra oscura di “Papa Doc” Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato “Baby Doc”, è diventato presidente a vita
all’età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E’ stato nel corso degli anni ‘70 ed ‘80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d’affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.

Dopo l’incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una “Taiwan dei Caraibi”. Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all’esportazione. A Duvalier e
ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.

Dal punto di vista della Banca mondiale e dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l’assemblare altri prodotti di consumo.

USAID però aveva piani precisi anche per l’agricoltura. Non soltanto le
città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da
esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l’agricoltura
haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da
esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero.
Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali
cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare
industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso
incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze
agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.

Era prevedibile che questi “aiuti” da parte degli americani, innescando
cambiamenti strutturali nell’agricoltura, avrebbero costretto i
contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare
verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si
sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo
settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono
che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure
lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si
svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle
necessità abitative dei contadini sfollati si mise all’opera un modo di
costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni
letteralmente “l’una sull’altra”.

Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le
élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non
aveva funzionato così bene ad Haiti, e l’hanno abbandonato. Le
conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente,
sono rimaste.

Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel
terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le
distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal
concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree
circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che
scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione. Essi
possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per
quelle condizioni che hanno contrinuito ad amplificare l’effetto del
terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione
del ruolo che l’America ha avuto nell’impedire ad Haiti il
raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.

Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York
Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le
vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come
scrisse John Milton, “coloro che accusano gli altri di essere ciechi,
sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi.”

L’ INFERNO DI DISNEY AD HAITI
Haiti Progres, “This Week in Haiti,” Vol. 13, no. 41, 3-9 gennaio 1996/

Può anche darsi che gli occhioni languidi ed il seducente sorriso di Pocahontas, la più recente star a cartone animato della Walt Disney, questo Natale abbiano affascinato i bambini di tutto il mondo. Ma ad Haiti Pocahontas rappresenta l’inferno sulla terra per molte delle giovani donne che lavorano nelle zone manifatturiere del paese, secondo
un recente rapporto pubblicato il mese scorso.

I lavoratori che cuciono i capi d’abbigliamento firmati dai rassicuranti personaggi di Disney non guadagnano neppure abbastanza per sfamarsi, per non parlare delle loro famiglie. Questo è quanto afferma il National Labor Committee Education Fund in Support of Worker and Human Rights in Central America (NLC), un’organizzazione newyorkese. “Gli appaltatori haitiani che producono pigiami di Topolino e di Pocahontas per le ditte statunitensi che lavorano su licenza della Walt Disney Corporation in
qualche caso pagano i lavoratori anche meno di quindici gourdes (un dollaro USA) per una giornata di lavoro. Dodici centesimi all’ora, in chiara violazione anche della legge locale”, scrive il NLC. Oltre che con i salari da fame, le lavoratrici haitiane che producono abiti per i giganti della grande distribuzione statunitense devono vedersela con le molestie sessuali e con orari di lavoro estenuanti. “Haiti ha bisogno di svilupparsi economicamente e le lavoratrici haitiane hanno bisogno di lavorare, ma non al prezzo di vilolare i diritti fondamentali dei lavoratori. Pagare undici centesimi l’ora chi cuce vestiti per Kmart non è sviluppo, è delinquenza”, rincara la dose il NLC.

Negli ultimi due decenni, funzionari del Dipartimento di Stato degli
Stati Uniti hanno sempre indicato nello sviluppo del settore della
“trasformazione” l’antidoto alla povertà di Haiti. Nei primi anni ‘80,
circa 250 fabbriche occupavano oltre 60.000 lavoratori haitiani a Port
Au Prince. Il salario minimo era di 2,64 dollari al giorno. Ma molte di
queste caienne hanno abbandonato Haiti dopo la caduta del dittatore
Jean-Claude Duvalier nel 1986. Altre se ne sono andate poco dopo
l’elezione di Jean-Bertrand Aristide nel 1990, che basò la sua campagna
elettorale sulla retorica nazionalista, e ancora di più hanno lasciato
il paese dopo il colpo di stato del 1991.

Le miserabili condizioni della Haiti di oggi la rendono un concorrente
ideale nel mercato del lavoro mondiale, dicono i funzionari del
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e le zone industriali
manifatturiere sono di nuovo al centro del programma di aggiustamento
strutturale (SAP) per Haiti perseguito adesso dall’Agenzia degli Stati
Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dalla Banca Mondiale e dal
Fondo monetario internazionale (FMI).

Nonostante questo il recupero delle zone industriali manifatturiere
rimane debole.
Solo 72 manifatture con circa 13.000 persone erano state ripristinate al
settembre 1995, secondo una agenzia del governo haitiano. Le istituzioni
finanziarie internazionali sostengono che Haiti deve abbassare gli altri
costi legati alla produzione di manufatti, come le spese portuali e
telefoniche ed il costo dell’energia elettrica. Pertanto, la Banca
mondiale sta facendo pressioni affinché siano aziende degli Stati Uniti
ad assumere il controllo di questi settori chiave attraverso la
privatizzazione delle industrie di proprietà pubblica ad Haiti. Intanto,
spiegano gli strateghi del SAP, i salari devono essere conservati bassi
e “competitivi”.

Ma il National Labor Committee (NLC) ed i lavoratori haitiani sostengono
che le zone manifatturiere ad Haiti, come quelle del resto dei Caraibi e
dell’America centrale, sono in realtà zone in cui la schiavitù è
legalizzata. “Mentre i proprietari delle fabbriche di Haiti e le società
americane stanno approfittando dei salari bassi, i lavoratori haitiani
stanno lottando ogni giorno per sfamare se stessi e le loro famiglie,”
ha indicato l’NLC in una relazione intitolata “Come diventre ricchi
pagando la gente undici centesimi l’ora”

In particolare, il rapporto rileva come i proprietari delle fabbriche
stiano cercando di non versare ai lavoratori di Haiti il nuovo salario
minimo di 36 gourdes al giorno (due dollari e quaranta centesimi) ed
afferma che più della metà delle 40 aziende che operano nel settore
manifatturiero tessile ad Haiti, al momento della ricerca dell’NLC
nell’agosto 1995, stessero violando la legge sul salario minimo. Il
Presidente Aristide ha sollevato il salario minimo, lo scorso mese di
maggio, da 15 a 36 gourdes al giorno. Anche se è stato il primo aumento
dei salari dal 1984, l’NLC deve rilevare che il nuovo salario minimo
“vale meno in termini reali di quanto il vecchio salario minimo di 15
gourdes valesse nel 1990 … Dal 1 ottobre 1980, quando il dittatore
Jean-Claude ( “Baby Doc”) Duvalier fissò per la prima volta il salario
minimo a 13,20 gourdes, il suo valore reale è diminuito di quasi il 50%”.

Nelle dodici pagine del rapporto lo NLC riserva alcune delle sue
critiche più taglienti ai giganti multinazionali statunitensi, come la
Sears, Wal-Mart e Walt Disney Company, che appaltano alle imprese degli
Stati Uniti e di Haiti. In una fabbrica di abbigliamento di qualità in
cui si producono pigiami di Topolino, i dipendenti hanno riferito che
l’estate scorsa avevano lavorato 50 giorni senza pause, fino a 70 ore
alla settimana, senza un giorno di riposo. “Una lavoratrice ha detto al
NLC che avrebbe dovuto cucire 204 paia di pigiami di Topolino ogni
giorno e che la giornata le sarebbe stata pagata 40 gourdes (due dollari
e sessantasette centesimi). Lei era stata in grado di farne soltanto 144
paia, per le quali era stata pagata 28 gourdes (un dollaro e
ottantasette)”, scrive il NLC. Il rapporto osserva che Michael Eisner,
amministratore delegato della Disney, ha guadagnato 203 milioni dollari
nel 1993, circa 325.000 volte il salario dei lavoratori ad Haiti. “Se un
lavoratore tipico haitiano lavorasse a tempo pieno sei giorni alla
settimana a cucire i vestiti per la Disney, impiegherebbe circa 1.040
anni per guadagnare quello che Michael Eisner ha guadagnato in un solo
giorno nel 1993″, conclude il rapporto.

Nel complesso, lo NLC si è trovato davanti ad un “modello esemplare di
abusi, tra i quali c’è quello dei salari bassi; così bassi che il
proprietario della fabbrica ha riferito all’NLC che ‘i lavoratori non
possono lavorare bene perché non mangiano abbastanza’”. Secondo la
relazione una famiglia a Port Au Prince ha bisogno di almeno 363 gourdes
ogni settimana, ventiquattro dollari e venti, per il cibo, il riparo e
l’istruzione. “Ma un percettore di salario minimo, lavorando 8 ore al
giorno 6 giorni alla settimana, porta a casa 216 gourdes, ovvero meno
del 60% del fabbisogno di base di una famiglia”, dice il rapporto.

Lo NLC addossa gran parte della colpa per il deterioramento delle
condizioni dei lavoratori haitiani all’USAID, che ha impegnato 8 milioni
di dollari di denaro dei contribuenti americani per la promozione degli
investimenti esteri ad Haiti lo scorso anno. “Il governo americano ha
mostrato un grande impegno a sostenere con decisione gli investimenti
statunitensi ad Haiti, ma non ha mostrato alcun paragonabile impegno nei
confronti dei lavoratori che producono per le aziende investitrici”,
sostiene l’NLC, rilevando che l’USAID ha reiteratamente esercitato
pressioni sul governo di Haiti perché i salari rimanessero bassi.

L’NLC fa capo ai sindacati tessili degli Stati Uniti, e nota che i
salari bassi ad Haiti saranno utilizzati per cercare di abbassare i
salari degli altri lavoratori nelle Americhe. “I salari haitiani sono
estremamente interessanti e sono più bassi di quelli della Repubblica
Dominicana, della Giamaica, dello Honduras, di El Salvador, del
Guatemala e del Nicaragua, altri paesi fitti di zone industriali
manifatturiere. In altre parole, Haiti contribuisce a definire il tetto
dei salari per l’intero emisfero occidentale”, dice il rapporto. Haiti è
attualmente sempre in prima fila nella corsa verso il ribasso.

Per ulteriori informazioni, o per ordinare copie della relazione,
contattare The National Labor Committee Education Fund, 15 UnionSquare
West, New York, NY 10003-3377 Tel. / 212-242-0700 / 212-242-0700 ]
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“This week in Haiti” è la sezione in inglese del settmanale Haiti Progres.
Per informazioni su altre notizie in francese e in creolo, si prega di contattare il giornale al numero / 718-434-8100 / 718-434-8100, fax 718-434-5551, o per e-mail haiticom@nyxfer.blythe.org

Fonte:
http://iononstoconoriana.blogspot.com/2010/01/la-marmaglia-occidentalista-ed-il.html

16.01.2010
Versione originale:
Fonte: www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/view/2010/01/14-2

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