sabato 10 luglio 2010

La pasionaria Eternit si arrende all'amianto

Casale, muore a 57 anni per mesotelioma pleurico
«Da bambina giocavo in cortile
con la sabbia killer»
SILVANA MOSSANO
CASALE MONFERRATO


La luttuosa «amiant’s list» di Casale Monferrato ieri si è allungata di un nome in più: il mesotelioma pleurico ha piegato Luisa Minazzi, personaggio simbolo della battaglia caparbia che l’intera città ha ingaggiato da anni per fermare il tumore maligno causato dalla fibra di amianto. Luisa Minazzi lo aveva fatto anche da assessore all'Ecologia, negli anni Novanta, quando la malattia non si era ancora manifestata. Perché il mal d’amianto è crudele quanto subdolo: la fibra ti si pianta nella pleura e resta silente per anni, anche venti, trenta. Quando dà il segnale, comincia inesorabile il count down.


Per Luisa Minazzi, direttrice didattica da circa venticinque anni, era partito a maggio di quattro anni fa. «Non mi era venuto subito in mente, pensavo alla scoliosi - raccontava -. Fino a quella notte: avevo male a un fianco, mi rigiravo nel letto, poi, come un lampo, mi ha invaso una folgorante paura». Paura persino di pronunciare la parola: «All’inizio dicevo “malattia”, non “mesotelioma”». E non riusciva a parlarne, «mi si bloccava la voce in gola». Poi il coraggio: «Per sopravvivere, bisogna per forza sperare ed essere fiduciosi».

Lettera aperta
Luisa Minazzi ha scelto di farlo con una lettera aperta ai casalesi. «Ho il mesotelioma» annunciò come una sorta di ribellione al male. «Quello che stiamo vivendo a Casale - diceva - è una guerra, volano le bombe e non si sa chi possano colpire. Ecco, io ho deciso di non stare a guardare le bombe che arrivano addosso senza cercare di pararle». Così, per quattro anni ha continuato ad andare a scuola. Quando, l’estate dello scorso anno, c'è stato il rischio che potesse chiudere uno dei suoi plessi nel 2° Circolo didattico, si è battuta come un leone per salvarla. E ce l'ha fatta.

Il padre era stato operaio all’Eternit, la fabbrica che per 80 anni ha lavorato l’amianto a Casale. «Sì, portava a casa la tuta impolverata da lavare, ma io sono più propensa a credere che il contagio è stato causato dalla polvere che ha inondato la città». Poi, però, ricordava anche un episodio preciso: «Un giorno, a casa mia, arrivarono con un camion e scaricarono una montagna di polverino chiaro, per fare il sottofondo del cortile. Eravamo bambini, io e i miei fratelli, in quella montagna giocavamo come fosse sabbia».

Quale ne fosse l’origine del male, aveva poca importanza pensarci. Preferiva combattere prestando voce e volto nelle battaglie per la deamiantificazione della città, in ogni occasione di denuncia pubblica, sui giornali e in tivù. «Il mesotelioma - spiegava - è un male che sta nell’anima dei casalesi. Io, invece, voglio che prevalga la speranza, perché tutti si reagisca e si pretenda di più dalla ricerca per una cura risolutiva».

Il processo
Aveva anche donato il sangue per uno studio finalizzato a valutare un’eventuale predisposizione genetica. E sperava che un congruo finanziamento potesse arrivare sotto forma di risarcimento dai vertici della multinazionale Eternit, attualmente a processo per disastro doloso permanente. Volle essere presente fin dai giorni in cui a Torino se ne decideva il rinvio a giudizio. «Il processo va fatto - aveva dichiarato - e un grande risarcimento potrebbe servire per la ricerca, perché una cura risolutiva sarebbe la più grande giustizia»: specialmente per quei cinquanta nuovi casi che si aggiungono ogni anno a Casale.

Ci ha creduto fino all’ultimo. «Voglio che il mio esempio dia speranza a molti: a me sta succedendo e sono qui». Fino a ieri mattina, quando ha dovuto cedere. Ma la denuncia esce anche dal manifesto funebre appeso al cancello davanti a quel cortile impastato di polverino d'amianto in cui aveva giocato. C'è scritto: «È mancata Luisa Minazzi. Anni 57. I famigliari ne piangono la morte per mesotelioma».

Lunedì, a Torino, alla ripresa del processo Eternit, una delegazione di Casalesi si presenterà in aula con il lutto al braccio.

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