sabato 24 luglio 2010

mito e culto della Dea madre nell'Europa neolitica

Marija Gimbutas, Signs out of time.
di Luciana Percovich

Negli ultimi dieci anni la mia ricerca ha preso una nuova direzione – o meglio si è fatta più radicale, nel senso che ha puntato decisamente alla ricerca delle radici, storiche e mitologiche, della nostra comune storia di oppressione.

Per cercare quell’indistinto Prima del patriarcato, da cui a un certo punto dello sviluppo dell’umanità la fonte originaria è stata cancellata e nascosta.

Patriarcato che per le donne è stato sinonimo di negazione di valore, cancellazione di memoria, cittadinanza di seconda classe e, particolare di non lievi conseguenze, espulsione dal sacro – inteso sia come ruolo attivo all’interno delle religioni che come ruolo simbolico e cosmogonico a livello di Storie di creazione.


Questa radicalità comportava in primis interrogarsi sugli effetti della mancanza di un “divino femminile” sulla psiche più profonda delle donne, quindi sulle nostre identità e sul senso delle nostre vite. Comportava chiedersi se fosse stato sempre così.

E viceversa chiedersi cosa potrebbe invece significare e aver significato per le donne portare dentro di sé un’immagine divina femminile. Quali creatività, risorse, speranze potrebbe dare la riscoperta del sacro dentro ogni donna. In un suo verso molto triste, Adrienne Rich constata che “la donna di cui ho bisogno come madre non è ancora nata”.

Ma è sempre stato così o è stato solo da un certo punto in poi nella Storia che le donne hanno conosciuto la perdita disastrosa del vedersi sbarrata, preclusa, impedita nella maniera più radicale la ricerca di un’immagine di sé divina? Che solo da un certo punto in poi si sono piegate davanti all’ingiunzione di farsi subordinate all’uomo per volontà divina?

Il divieto di un accesso diretto, non mediato dalla figura maschile nelle donne si è configurato come uno smarrimento, nell’accezione infinita di questo termine. Che continua a manifestarsi come una proibizione profonda, reiterata, costata sangue stupri e morte, e finalmente interiorizzata.

Se essere femministe vuol dire non essere d'accordo con la costruzione del mondo che ci troviamo a ereditare - perché priva dell'esperienza femminile del mondo - questo non può non riferirsi anche alla dimensione e all'esperienza dello spirito, che è regolata (proprio nel senso che vengono date precise regole su ciò che si deve o no credere, pensare, provare, fare) dalle religioni.

Insomma, quasi un ricominciare da capo con la “presa di coscienza” in un terreno ancora non esplorato, ma accantonato per reazione.

In questa ricerca, che in me si è configurata da subito sia come ricerca della spiritualità femminile che come ricerca a ritroso nel tempo e in altre culture nelle dimensione storica, l’incontro con Marija Gimbutas ha avuto l’effetto insieme destabilizzante e potentemente energetico dell’irruzione del rimosso.

Gimbutas aveva condotto le sue campagne di scavi proprio a partire dal 1968 – in qualche modo dunque anche il suo lavoro e le sue sconvolgenti e dissacratorie intuizioni fanno parte di quello stesso momento storico che si è manifestato come emergere di bisogni, memorie e desideri non più contenibili dal patriarcato e dal capitale.

Noi oggi abbiamo la possibilità di conoscere Gimbutas attraverso la visione di materiali autentici che riguardano sia la sua vita che il suo lavoro. Grazie al film Signs out of time, che è stato realizzato – attraverso l’autofinanziamento - da un gruppo di amiche e compagne di strada di Marija Gimbutas, per ricordarla a dieci anni dalla sua morte. Un altro gruppo di donne, dell’Associazione bolognese Armonie, che ha realizzato negli ultimi anni due grandi convegni sulle tematiche e gli studi attinenti al tema della “Dea”, lo ha sottotitolato quasi artigianalmente.

Ricostruisce la personalità di Marija Gimbutas e il suo lavoro di una vita, tutta dedicata allo studio dell’Antica Europa, e che ha provocato un vero e proprio terremoto – ancora oggi non da tutti accettato (per esempio, nei libri di scuola, che continuano imperterriti con le storie di sempre sulle nostre origini).

Chi era dunque Marija Gimbutas? Cosa rappresenta per noi oggi, donne e uomini?

Per alcuni versi la potremmo paragonare a Heinrich Schlieman (1822-1890), l’archeologo diventato universalmente famoso per aver scoperto le rovine di Troia e di Micene:

- li accomuna l’aver fornito le prove materiali dell’esistenza di una civiltà fino a quel momento solo supposta o favoleggiata (nel caso di Troia aveva avuto solo esistenza mitico-poetica nell’Iliade di Omero),

- ma li differenzia il fatto che laddove la scoperta di Schlieman confermava la mitologia Classica, la scoperta della civiltà dell’Antica Europa ha messo sottosopra e ha mandato all’aria molte delle certezze fondative e degli assunti impliciti di quella medesima civiltà classica.

E fa differenza anche il fatto che Gimbutas sia stata una donna che ha letto le testimonianze del passato con occhi consapevoli di donna e che la sua visione e la sua ricostruzione del passato arcaico abbiano riportato a galla la presenza cancellata del femminile nella storia.

La sua è stata cioè una completa rivoluzione di prospettiva sulle origini della cultura europea:

- in senso cronologico, in quanto mette indietro di almeno 5000 anni l’orologio del tempo storico, cioè a molto tempo prima della comparsa sulla scena delle popolazioni indoeuropee: se le prime tracce di una civiltà europea risalgono sicuramente a prima dell’ultima glaciazione (Willendorf e Laussel 25.000/15.000 ac), il campo di ricerca di Gimbutas spazia dal neolitico all’età del bronzo fino agli inizi dell’età del ferro, cioè dal 8.000 al 2.000 ac.,

- ma anche nel senso stesso di intendere la parola civiltà, che per noi assiomaticamente e paradossalmente inizia con le guerre e le gesta gloriose degli eroi e degli dei dell’Olimpo.

Gimbutas ci parla invece delle radici prime dell’Europa, che ha riportato alla luce nelle sue campagne di scavo nel decennio tra il 1967 e il 1978 proprio nel cuore dell’Europa, e precisamente nel bacino del Danubio e nella penisola balcanica - con anche una campagna di scavi in Puglia.

In quest’area infatti prima è fiorita una grande e duratura civiltà pacifica (forse quella che Esiodo chiamava “età dell’oro”), poi è avvenuto lo scontro con le popolazioni indoeuropee, arrivate a ondate successive, dal 3500 in avanti, portatori di una “civiltà” assai diversa e ahimè ancor oggi dominante: a cavallo, con armi di ferro e una struttura gerarchica e guerriera.

Un brusco spostamento di prospettiva che ci fa di colpo vedere greci, latini, e poi celti, germanici e slavi – oggi spesso in prima linea contro i cosiddetti extra-comunitari - come i primi immigrati extra-europei. E che ci mostra anche come la regione danubiano/balcanica sia stata fin da allora, cioè dalla preistoria, una terra devastata da conflitti mai sopiti, linea di scontro/incontro tra culture diverse.

MG arrivò per gradi alla visione per cui oggi è insieme amata e rifiutata:

“All’inizio – racconta - nulla degli studi esistenti riusciva ad aiutarmi” a dare un senso all’enorme massa di reperti che aveva riportato alla luce già alla fine del primo ciclo di scavi nel nord della penisola balcanica.

Reperti mai visti, mai studiati, davanti ai quali i sistemi di interpretazione in uso diventavano muti. Troppo diversi da quelli fino ad allora ritenuti unica testimonianza del passato europeo e mediterraneo.

Si immerse in questo materiale e nel 1974 cominciò a ricopiare i segni che comparivano assai spesso sui vari manufatti e in particolare sulle numerosissime raffigurazioni di Dea-Uccello; un po’ alla volta si accorse che costituivano una specie di alfabeto ricorrente: si trattava delle V, degli chevron, delle X, di linee serpentine, di linee doppie, tutti segni che avevano un evidente valore simbolico. A un certo punto questi materiali cominciarono a formare un quadro organico sotto ai suoi occhi, a combaciare con elementi disseminati in tanti altri campi: linguistica, mitologia, folklore (tutti campi in cui aveva accumulato grande competenza), dove si trovano espresse le stesse cose, gli stessi concetti.

E’ un metodo di lavoro che ricorda per analogia quello usato dalla genetista Barbara Mc Clintock che, prendendo le distanze dai dogmi vigenti nella sua disciplina (la teoria statica di Watson e Crick) e che non riuscivano più a spiegare la complessità dei dati raccolti, descrive il suo metodo di lavoro come un “lasciarsi prendere dalla visione” dell’oggetto osservato, finché non le sembrava di trovarsi all’interno della cellula che stava osservando attraverso il microscopio e da lì vedeva muoversi i filamenti di cromosomi, e li analizzava lasciando “che la materia mi parlasse da sé” fino a giungere alla “comprensione” del materiale osservato.

Sono simili anche le reazioni che ovviamente le due scienziate dovettero affrontare, ossia l’ostilità dell’ambiente in cui lavoravano, che le isolava e infine ne ignorava volutamente le scoperte realizzate. Ma almeno Barbara Mc Clintock, sia pur tardivamente, ha ricevuto un premio Nobel e ora le sue teorie – giudicate all’inizio troppo complesse se non eccentriche e bizzarre rispetto al modello meccanico e gerarchico ma molto popolare di Watson e Crick, sono alla base della genetica contemporanea.

Gimbutas invece, archeologa sul campo e minuziosa decifratrice anche dei più piccoli dettagli, linguista e grande conoscitrice della cultura popolare dei paesi ora slavi, combinando comparativamente i dati di più discipline (mitologie comparate, prime fonti storiche, linguistica, folklore ed etnografia storica) è riuscita a stabilire collegamenti e connessioni tra tutti quei cocci e tutte quelle iscrizioni, fino a far emergere una chiara trama e un convincente disegno complessivo. E per definire questo suo inedito modello e ambito di ricerca ha coniato la parola mito-archeologia. Che agli accademici ancor oggi fa l’effetto di fumo negli occhi.

Quali sono i tratti salienti di questo disegno complessivo da lei stessa denominato civiltà dell’Antica Europa?

Era una civiltà policentrica, priva di centri di potere dominanti, che non conosceva l’uso delle armi, non aveva fortificazioni ma al contrario gli insediamenti, anche vasti e articolati architettonicamente erano posti in pianura e lungo i corsi d’acqua, non usava distinzioni di rango nelle sepolture e verosimilmente indicava attraverso il simbolo che noi chiamiamo della Dea (le cui statuette, quasi sempre di piccole dimensioni, compaiono in sovrabbondanza in ogni sito) la sua concezione della vita, legata al ciclo della natura di vita, morte, rigenerazione e nuova nascita.

Gimbutas ha lavorato esclusivamente sulle culture europee, ma la sua capacità di decodificazione, di analisi e di interpretazione dei reperti si è dimostrata applicabile alle culture di qualsiasi altra parte del mondo. E così sta ora avvenendo grazie a una serie sempre più numerosa di ricercatori che riconoscono la validità del suo metodo. Che ha saputo dare senso a dei materiali archeologici che, anche nella parte in cui erano o sono già noti, come l’arte minoico-micenea, prima del suo lavoro erano privi di vita, in quanto del tutto mal compresi.

Il suo testo principale disponibile in edizione italiana, Il linguaggio della dea (Neri Pozza, 1989, ora Venexia 2008) è un condensato ricchissimo di immagini, informazioni e di collegamenti.

Scrivendo l’introduzione quando il libro fu pubblicato per la prima volta, nel 1989, Joseph Campbell (uno dei più noti studiosi di mitologia comparata e religioni di tutto il mondo) disse: “Se avessi conosciuto prima Marija Gimbutas, avrei scritto libri completamente diversi”.

E prosegue:

“Maria Gimbutas è stata in grado non solo di elaborare un glossario fondamentale dei motivi figurativi che fungono da chiave interpretativa per la mitologia di un epoca altrimenti non documentata, ma anche di stabilire, sulla base dei segni interpretati, le linee caratterizzanti e i temi principali di una religione che venerava sia l’universo quale corpo vivente della Dea Madre Creatrice, sia tutte le cose viventi dentro di esso, in quanto partecipi della sua divinità: religione, lo si percepisce immediatamente, in contrasto con le parole che il Creatore Padre rivolge ad Adamo in Genesi: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere sei e polvere ritornerai! In questa mitologia arcaica, invece, la terra da cui tutte le creature hanno avuto origine non è polvere inanimata e vile, ma vita, come la Dea Creatrice”.

E infine conclude con queste parole:

“Il messaggio del suo lavoro è che si apra di nuovo un’effettiva epoca di armonia e di pace in consonanza con le energie creative della natura come nel periodo preistorico di circa 4000 anni che ha preceduto i 5000 anni di quello che James Joyce ha definito l’ “incubo” di contese determinate da interessi tribali e nazionali, da cui è sicuramente ora che questo pianeta si desti”.


Marija Gimbutas dunque non è partita da una tesi astratta da dimostrare, non è la “visionaria femminista” (ammesso che questo sia un insulto!), come qualcuno ha voluto definirla: al contrario è una studiosa che analizzando un’enorme massa di reperti e di materiali e costruendosi faticosamente una coerente capacità di lettura e di decodificazione, ha infine raggiunto conclusioni assai difficilmente contestabili sul mondo arcaico europeo e sul linguaggio della Dea. Archeologa e linguista con una approfondita conoscenza delle lingue slave antiche, fin da piccola si era mostrata interessata agli aspetti folkloristici della società lituana.

Era nata infatti a Vilnius in Lituania, il 23 gennaio 1921, da genitori medici entrambi (nel 1918 avevano aperto il primo ospedale di Vilnius) ed entrambi attivi politicamente per la difesa del patrimonio culturale lituano, sistematicamente distrutto da un secolo di politica e di oppressione degli Zar. Il padre, anche storico ed editore, era un appassionato divulgatore delle tradizioni della sua terra. Nel 1918 la Lituania aveva ottenuto l’indipendenza dalla Russia, ma nel 1921 fu subito invasa dalla Polonia e successivamente dalla Germania.. Quando Marija raggiunse l’età scolare, decisero di non iscriverla alle scuole polacche, né a quelle cattoliche, facendole invece frequentare la scuola privata da loro stessi fondata nel rispetto delle tradizioni lituane. La sua istruzione comprende le lingue, l’arte e la musica - nel rispetto del principio che “la libertà politica equivale alla libertà estetica”.

La lingua lituana appartiene al gruppo delle lingue indoeuropee, ma l’immaginario folklorico e mitologico di riferimento è pre-indoeuropeo e riflette legami arcaici con la terra e i suoi misteriosi cicli. Gimbutas ricorda che in quella cultura i fiumi e le colline erano considerati sacri, la terra veniva baciata, le preghiere cantate alla divinità mattina e sera. La famiglia di Marija possedeva una fattoria in campagna che le consentì di conoscere alberi e animali, ma soprattutto di ascoltare i canti dei contadini durante il lavoro, canti che variavano secondo le occupazioni e le varie stagioni. Marija osserva ben presto che il sistema patriarcale dominante in quel contesto consente tuttavia un rapporto molto bilanciato tra elementi maschili e femminili, evidentemente ereditato da una tradizione precedente alle invasioni indoeuropee, in cui la donna ricopriva un ruolo ben differente.

Il padre muore quando Marija compie i 15 anni. Fortemente colpita da questa perdita, da allora decide di proseguire il lavoro del padre nella riscoperta e conservazione delle tradizioni originarie, in particolare studiando le credenze sulla morte e i riti funerari precristiani. Durante questo studio ha le prime intuizioni sulla concezione preistorica della rigenerazione, ossia della vita che continua nelle movenze del ciclo eternamente rinnovantesi, in cui vita e morte appaiono come due facce di una stessa realtà. Anche nel corso delle sue lunghe ricerche successive, si renderà sempre più conto che presso le antiche popolazioni esisteva una “visione organica” dell’esistenza, in cui a ogni individuo si riconosceva la possibilità, dopo la morte, di rientrare nel ciclo vitale e anzi di non uscirne mai, mentre la successiva concezione di “trascendenza”, il riferimento cioè a divinità esterne che governano il mondo e i cicli della natura, interrompe questa visione ciclica e più armonica della vita, introducendo il concetto di morte come fine “definitiva” e di condanna a ritornare “definitivamente” polvere.

A 16 anni Gimbutas partecipa alla prima spedizione etnografica in Lituania per annotare i tratti del suo ricco folklore, sopravvissuti meglio che nel resto dell’Europa dato che la cristianizzazione di quelle terre avvenne solo a partire dal XIII secolo, e mai così radicalmente da cancellare ogni traccia della cultura precedente.

Mentre frequenta l’Università, avviene l’invasione tedesca del ’39 e l’anno dopo quella sovietica, più disastrosa, che si pone l’obiettivo di soffocare definitivamente l’identità culturale di quella ampia regione: le Università vengono chiuse, si fanno roghi di libri e il governo locale viene deposto mentre si verificano paurose deportazioni di massa in Siberia. La visione materialistica del Comunismo confligge definitivamente con le sopravvissute precedenti tradizioni culturali lituane. Gimbutas si unisce alla resistenza e lotta anche politicamente perché ha amici deportati, torturati e uccisi.

Nel ‘42 si laurea in archeologia, si sposa e ha una prima figlia. Escono in quegli anni i suoi primi undici articoli che documentano per la prima volta il profilo culturale delle popolazioni baltiche. Dopo tre anni riesce a fuggire (“in una mano mia figlia e nell’altra la tesi”) con la famiglia in Austria, poi in Germania e infine, dal ‘49 negli USA dove verranno pubblicati i suoi primi libri.

Il marito trova lavoro come ingegnere a Boston, mentre lei affronta ogni tipo di lavoro, anche umile, pur di frequentare l’Università di Harvard, dove poi ottiene un lavoro come traduttrice grazie alla sua competenza delle lingue slave; infine, riconosciuta la sua grande e unica conoscenza del mondo slavo, ottiene un incarico accademico e quindi una cattedra alla University of California di Los Angeles nel 1968.

Nel 1956 aveva pubblicato Preistoria dell’Europa Orientale, nel 1963 I Baltici (tradotto anche in italiano) e nel 1965 Le culture dell’Età del bronzo dell’Europa centrale e orientale.

Nel 1971 pubblica Gli Slavi e contemporaneamente fonda un giornale di studi indoeuropei che la porta a fare una serie di conferenze internazionali.

Ritorna infine a Vilnius dove viene accolta con grandi onori e dove i suoi studi e relative pubblicazioni sono stati stampati clandestinamente e letti con grandi apprezzamenti nonostante fossero stati messi al bando dal regime sovietico. Infine verrà comunque invitata a Mosca, data la sua ormai consolidata fama di massima esperta del mondo slavo.

Nel ’67 - ‘68 inizia la sua attività di archeologa sul campo avviando quattro cicli di scavi; il primo a Karanovo - Sitagroi in Macedonia, dove individua reperti che vanno dal 5000 ai 2000 a.c.; il secondo, dal ‘69 al ‘71 è realizzato a Tarcevo e Vinca, nel nord della Macedonia e riguarda il periodo dal 6300 al 5000 a.c. Nel ‘73 – ‘75 il terzo ciclo di scavi avviene in Tessaglia a Sesklo – Akilleion, nel sud-est della regione, relativo al periodo 6500 - 5600 a.c. Il quarto ciclo di scavi è ambientato in Italia nel ’77 – ‘78 in Puglia nella grotta-santuario di Scaloria vicino a Manfredonia, i cui reperti risalgono al 5600 - 5300 a.c.

Nel 1974 esce Gods and Goddesses, che successivamente (1982) diventerà The Godesses and Gods of Old Europe. Nel 1980 il “Los Angeles time” definisce Marija Gimbutas la “Donna dell’anno”, un riconoscimento lusinghiero nonostante le molte contestazioni; ma lei stessa era consapevole che per un reale apprezzamento ed acquisizione delle sue ricerche “sarebbero stati necessari almeno 35 anni”!

Le ragioni di tale convinzione sono contenute in questa sua affermazione del 1978:
“Durante i miei scavi divenni consapevole che era esistita una cultura che era l’opposto di tutto quello che era conosciuto come indoeuropeo”.

Nel 1989 esce il libro Il linguaggio della dea. Nella già citata breve prefazione di Campbell si legge anche:
“Il lessico di segni pittorici della Gimbutas mostra il primordiale tentativo di una parte dell’umanità di comprendere e vivere in armonia con la bellezza e la meraviglia del Creato, e adombra in termini simbolici ed archetipici una visione della vita umana contraria in ogni suo aspetto ai sistemi che poi hanno prevalso, in epoche storiche, in Occidente.”

Nel 1994 pubblica The civilization of the Goddess, un compendio di tutta la sua ricerca. Muore nella sua casa in California nello stesso anno.













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