giovedì 27 gennaio 2011

Fatti Oltre il petrolio: la rivoluzione verde italiana

Novara – Il peso della bioeconomia in Europa, secondo i dati UE della Terza Conferenza Europea sulla Bioeconomia, vale circa 2mila miliardi di euro e impiega circa 22 milioni di lavoratori, in settori che vanno dall’agricoltura al settore chimico per passare dai bio carburanti. La Commissione UE prevede di lanciare, nell’autunno 2011, una comunicazione che delinerà la strategia per favorire ed incentivare la bioeconomia nell’Unione.
Una delle aziende protagoniste di questa ‘nuova’ economia è italiana.
Energia da madre terra: carburante dalla colza, buste della spesa dai girasoli, anticongelanti dalle bietole, pneumatici dal mais, assorbenti femminili dalle patate e così via. Altro che previsioni fantascientifiche. E’ una realtà che ora chiunque può toccare con mano, grazie alle ricerche, alle sperimentazioni e alla produzione della Novamont S.p.a di Novara, una società leader internazionale nella produzione di materiali biodegradabili a basso impatto ambientale. E’ sorta in Italia, infatti, unica nel suo genere sul pianeta Terra: è la prima bioraffineria che va ad integrare a monte la filiera delle bioplastiche. E’ stata realizzata a Terni, in Umbria, su un’area di 30 mila metri quadrati.
Ecco come funziona.

Fa a meno del petrolio nel processo di produzione. “Le materie prime agricole utilizzate, ampiamente disponibili come amido, proteine, cellulosa, oli vegetali e scarti agricoli” spiega il direttore Leonardo Fasaninorappresentano una fonte pressoché inesauribile in quanto rinnovabile e offrono più rassicuranti garanzie per il nostro ecosistema”. L’obiettivo è di ridurre la dipendenza economica dal greggio puntando sulle fonti naturali.
Le bioplastiche, pur mantenendo i vantaggi e le caratteristiche dei materiali tradizionali, consentono di risparmiare energia, contribuiscono a ridurre l’effetto serra, si trasformano, alla fine del proprio ciclo vitale, in fertile humus.
Oggi produciamo famiglie di plastiche biodegradabili sviluppate sulla base di tecnologie proprietarie nel campo degli amidi, delle cellulose, degli oli vegetali e delle loro combinazioni”. Parola di Catia Bastioli, chimico di fama internazionale, nonché Amministratore Delegato di Novamont, insignita del premio ‘Inventore Europeo dell’anno’ nel 2007. “Tali bioplastiche sono commercializzate con i marchi Mater-Bi (materiale biodegradabile) ed Origo-Bi e costituiscono i primi risultati del progetto chimica vivente per la qualità della vita”.
Nell’impianto già viene lavorato l’amido di mais (non geneticamente modificato) che, grazie a una serie di brevetti sviluppati nel corso degli ultimi dieci anni, arriva a replicare il comportamento delle plastiche tradizionali o di altri materiali inquinanti negli usi più disparati. “Si tratta di plastica che nasce dalla terra e che, alla fine del suo impiego, ritorna alla stessa terra” spiega la Bastioli.
Se il mais, infatti, è la materia prima utilizzata per produrre Mater-Bi, quest’ultimo non è destinato a diventare un rifiuto, ma ad essere totalmente biodegradato o ridotto in compost. Senza rilasciare alcuna sostanza inquinante. Per ottenere il Mater-Bi i tecnici di Novamont sono intervenuti sulla struttura molecolare dell’amido di mais, attraverso l’aggregazione di sostanze capaci di renderla stabile e di garantirne la resistenza all’acqua. Un procedimento in grado di diminuire sensibilmente le emissioni di gas ad effetto serra e i consumi di energia non rinnovabile. Per raggiungere questo risultato, Novamont (che vanta 800 depositi sparsi sul globo terrestre ed è presente in Germania, Francia, Benelux, Scandinavia, Danimarca, Stati Uniti, Cina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) ha investito 100 milioni di euro. Lo stabilimento umbro è il fulcro di altre lavorazioni nate da un progetto ambizioso: utilizzare l’olio di semi di girasole (ma anche di colza o di ricino) prodotti dagli agricoltori dei dintorni, grazie ad uno specifico accordo stretto con la regia della Coldiretti, per sintetizzare poliestere di origine vegetale. Il processo sviluppato consentirà il lancio di nuovi prodotti a impatto soft sulla natura, dalla carta per gelati agli involucri laminati per alimenti. Da qui la scelta di coinvolgere direttamente gli agricoltori costituendo una società paritetica con 600 coltivatori locali che consente di raggiungere il traguardo di 60 mila tonnellate di bioplastiche prodotte annualmente.

Diamo i numeriLe buste della spesa. Produzione annua: Francia 12 miliardi; Italia 15 miliardi, pari a più di 300 mila tonnellate di plastica, ovvero 430 mila tonnellate di petrolio e 200 mila tonnellate di biossido di carbonio; Stati Uniti 100 miliardi; Irlanda 120 milioni; Sudafrica 0, banditi nel 2003. Gli italiani spendono annualmente circa 700 milioni di euro per portare a casa la loro spesa. Tempo d’uso dello shopper: 20 minuti. Tempo di vita nell’ambiente: 400 anni.
Se si destinassero 800 mila ettari di terreno a colture di mais e oleaginose a fini energetici, con i sistemi ideati da Novamont si potrebbero produrre 2 milioni di tonnellate di Mater-Bi, pari ad un quarto dell’intero fabbisogno nazionale.
Un ruolo fondamentale è ricoperto dai ricercatori scientifici. Non a caso Novamont -che ha ricevuto il riconoscimento ecologico dall’Unep (il programma ambientale dell’Onu)- destina ogni anno il 10 per cento del suo fatturato all’innovazione tecnologica e ha già formato nella sua struttura 57 giovani tra ingegneri, fisici e chimici.
Gli sviluppi di queste tecnologie permettono di dare un taglio consistente alla quantità di petrolio che l’Italia brucia senza nemmeno rendersene conto” osserva la Bastioli, “Basta fare due calcoli relativi a un solo, minuscolo esempio. In Italia ogni anno vengono consumate circa 300 mila tonnellate di plastica tradizionale solo per sacchetti di ogni genere, sempre più importati dalla Cina”, sostituirli del tutto con prodotti biodegradabili, stima Bastioli “vorrebbe dire risparmiare circa 200 mila tonnellate di petrolio l’anno, pur tenendo conto dei consumi necessari per coltivare i girasoli, da una parte, e trasformare il greggio in plastica, dall’altra”.

Quali altri potrebbero essere gli effetti positivi? Il minore inquinamento (400 mila tonnellate di anidride carbonica in meno). Per coltivare i girasoli che servirebbero per produrre l’intero quantitativo di sacchetti che circolano in Italia, sarebbero sufficienti 200 mila ettari di terreno, appena un quinto dei campi che i proprietari lasciano incolti per incassare gli incentivi europei al contingentamento della produzione agricola. Una novità per l’Europa e per l’intera ingegneria chimica mondiale. Ma anche un nuovo modo di intendere la crescita economica: se, infatti, la tecnologia impegnata negli impianti di Terni costituisce un autentico patrimonio scientifico per la produzione industriale (l’azienda ha già depositato 80 brevetti), anche la filosofia di produzione è all’avanguardia. L’utilizzo di Mater-Bi per costruire pneumatici comporta un enorme risparmio di risorse energetiche.
Anche le grandi case produttrici se ne sono accorte: dal 2005 tutta la gamma di pneumatici commercializzati da Goodyear in Giappone è realizzata con le tecnologie ideate a Novara. Questa esperienza è un passo avanti. “Un nuovo modo di intendere economia, territorio e ambiente”, sottolinea Catia Bastioli,  “capace di affrontare le grandi sfide come l’aumento del prezzo e la scarsità dei tradizionali combustibili fossili, la valorizzazione dell’agricoltura e la perdita di competitività del sistema produttivo occidentale di fronte alla crescita dei paesi asiatici”.
La ricerca si riflette nei numeri e nella filosofia dell’azienda: 120 dipendenti (di cui il 30 per cento impiegati in laboratorio), ha chiuso il  2010 con un turnover di 40 milioni di euro, il 50 per cento del quale fatturato all’estero, oltre il 10 per cento reinvestito in ricerca e sviluppo, e nella formazione del personale.
Non ha dubbi Franco Pasquali, Segretario Generale di Coldiretti: “L’Italia che ha scelto un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e senza organismi geneticamente modificati ha grandi risorse da offrire, e, potenziando le coltivazioni dedicate alla produzione di biocarburanti, utilizzando residui agricoli, forestali e dell’allevamento e installando pannelli solari nelle aziende agricole è possibile arrivare a coprire entro il 2012 fino al 15 per cento del fabbisogno energetico nazionale, risparmiare oltre 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti a ridurre le emissioni di anidride carbonica di origine fossile di 30 milioni di tonnellate”.
In sostanza quali saranno i vantaggi ecologici ed economici? Consumare meno petrolio, inquinare meno, dare un futuro all’agricoltura, sviluppare nuove tecnologie, risparmiare sui costi della raccolta rifiuti, liberare mari, laghi e fiumi dai sacchetti che fanno strage di esseri viventi, visto che quelli fatti col mais si dissolvono in una manciata di giorni.
Gianni Lannes

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